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Il Falò di SANT’ANTONIO

E’ nella notte tra il sedici e il diciassette gennaio di ogni anno, è la festa di Sant’Antonio Abate.

Si rinnova una delle feste più apprezzate sull’Isola. Il fuoco simbolo purificatore e augurale della vita segna il passaggio dall’inverno alla primavera, segna l’inizio del Carnervale con l’uscita delle prime maschere a Mamoiada, Ottana e in altri paese dell’interno della Barbagia. Nella maggior parte dei paesi della Sardegna sono giornate di festa accompagnati da riti sacri e pagani.

Al centro dei falò, che raggiungono altezze anche di svariati metri, composte da frasche di corbezzolo, anche mirto e altro, ammassate nelle settimane precedenti, in genere da un comitato o vari aiutanti del paese è ben sistemato un lungo palo di legno chiamato “pinnone” su cui cima vengono deposte delle arance e a volte altri doni che i partecipanti del paese cercheranno di prendere in una sorta di gioco all’albero della cuccagna.

La festa inizia con la benedizione del Prete ai legni ammassati e prosegue con i canti, balli e giri intorno al fuoco, in genere tre in senso orario e tre antiorario recitando delle preghiere come da tradizione.

Sono giorni di convivialità in ogni paese, dove ci si incontra, si brinda con il vino della nuova stagione e si mangiano dolci e piatti tipici del posto, diversi in ogni paese. A Straula per esempio, una frazione di San Teodoro si potranno gustare oltre i dolci “li Cucciuleddi” e le frittelle (Frisjoli) un piatto molto gustoso: le fave col lardo (fai e laldu).

In Gallura, nel mondo contadino, dove si consumava ciò che si produceva , soprattutto d’ inverno ma non di raro anche in estate, le fave col lardo, erano uno dei piatti preferiti e, in qualche modo obbligati. Non doveva comunque mancare sotto carnevale.

Il modo classico di preparare questo piatto rustico e sostanzioso prevedeva l’uso di fave di buona qualità, grandi e schiacciate, costolette seccate sotto sale (custiglia) di maiale e, talvolta l’aggiunta di cavolo verza o, meglio ancora, almuraccia (ramolaccio selvatico).

Nella preparazione, per prima cosa, fin dal giorno prima, si mettono ad ammollo le fave; quindi si fanno cuocere assieme alle costolette salate del maiale in una pentola con acqua abbondante. Mentre cuociono, si uniscono dei pezzi di lardo sottile e la verdura (foglie di cavolo verza o l’almuraccia). Quando le fave hanno raggiunto la mezza cottura, si può versare il soffritto nella pentola. Portato il tutto a fine cottura accertandosi che le fave siano cotte e il brodo sufficientemente denso si servono ancora calde e sono certa che sarà tutto gustosissimo. Oggi si usano diverse varianti che prevedono l’utilizzo di patate, fagioli etc..

E’ sicuramente una festa, questa, ideale per un turismo culturale, amante della gastronomia locale e della Sardegna in genere che vuole davvero conoscere l’essenza di un’Isola nelle sue sfaccettature identitarie che si manifestano in ogni mese dell’anno e non solo da giugno ad agosto.

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